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 Intolleranze alimentari e allergie: un po' di chiarezza.

 

 

La maggior parte delle persone può mangiare senza problema alcuno la gran parte dei cibi. Una piccola parte della popolazione soffre invece di disturbi, di vario genere, legati all'assunzione di determinati alimenti.

 

I disturbi o reazioni avverse legate agli alimenti possono manifestarsi in vario modo, da una leggera eruzione cutanea, a mal di testa e dolori addominali, fino ad una risposta allergica di grave entità (shock anafilattico)

 

L'accademia Europea di Allergologia e Immunologia Clinica (EAACI) nel 2001 ha stilato un rapporto in cui ha proposto la seguente classificazione delle reazioni avverse agli alimenti (vedi fig.) ed una nuova nomenclatura, sia per le allergie che per le reazioni avverse agli alimenti (1,19).

C'è stata la tendenza, per circa 20 anni e fino all'inizio degli anni duemila, ad usare la parola "allergia" per descrivere non solo la vera reazione allergica ma tutti i tipi di reazioni inaspettate della pelle e delle mucose.   Successivamente e fino ad oggi si è diffusa enormemente tra gli individui la terminologia "intolleranza alimentare" per definire qualunque disturbo fisico, spesso, erroneamente, legato al cibo (1,2,3).

Secondo l'EAACI le reazioni avverse agli alimenti dovrebbero essere, in realtà, denominate ipersensibilità alimentari

In particolare, quando è coinvolto un meccanismo immunologico, si parla di allergia alimentare (ipersensibilità alimentare allergica).

Tutte le altre reazioni, precedentemente denominate "intolleranze alimentari", vengono ora classificate come ipersensibilità alimentari non-allergiche. In queste ultime, i meccanismi immunologici non possono essere provati (2,3,19)

 

 

Allergia alimentare

 

L'allergia alimentare è definita come una condizione di anormale risposta immunologica agli alimenti o a componenti degli alimenti stessi in cui l'allergene è, nella quasi totalità dei casi, rappresentato da una proteina (4).

 

L'allergia alimentare può essere di due tipi in base al coinvolgimento o meno delle immunoglobuline E (IgE, anticorpi di isotipo E):

 

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1) allergia alimentare IgE-mediata

In individui non allergici, le IgE (anticorpi o immunoglobuline E) hanno la funzione di proteggere da infezioni parassitarie e i livelli di questi anticorpi sono generalmente bassi (5,6).

Al contrario, esistono persone che hanno una predisposizione alla produzione di questi anticorpi, anche nei confronti di sostanze "innocue", come alcuni alimenti o determinati antigeni ambientali, generalmente di natura proteica (pollini, muffe, acari della polvere, alimenti eccc...) (6,7,17,18).

L'istamina, rilasciata da mastociti e basofili (cellule del sistema immunitario), è la responsabile delle manifestazioni tipiche dell'allergia, quali vasodilatazione con conseguente flogosi (gonfiore), prurito, contrazione della muscolatura liscia del tratto gastrointestinale e respiratorio (5,7).

2) allergia alimentare IgE-mediata

Le reazioni allergiche IgE non-mediate compaiono tra le 6 e le 24 ore successive all'assunzione dell'alimento.

Queste reazioni si sviluppano molto lentamente, raggiungendo un picco approssimativamente intorno alle 48 ore con risoluzione dopo 72-96 ore dall'esposizione.

Possono essere coinvolti anticorpi di tipo IgG e consistono prevalentemente in reazioni gastrointestinali (1,5,6).

Ipersensibilità non allergica o intolleranza alimentare

 

L'intolleranza alimentare (ipersensibilità non allergica) è una reazione avversa al cibo che non coinvolge il sistema immunitario. L'intolleranza può manifestarsi con sintomi simili all'allergia (tra cui nausea, diarrea e crampi allo stomaco), ma la sua origine è di tipo metabolico. Il corpo non riesce a digerire correttamente un alimento o un suo componente. I soggetti intolleranti, a differenza dei soggetti allergici che devono eliminare completamente il cibo incriminato, possono tollerare piccole quantità dell'alimento o del componente in questione, senza svilupare i sintomi. Fanno eccezione le persone sensibili al glutine e al solfito (2,3).

 

Le ipersensibilità non allergiche (intolleranze) vengono suddivise in tre tipi: enzimatiche, farmacologiche ed indefinite

1) Enzimatiche

Sono causate da difetti congeniti del metabolismo enzimatico.

La più comune forma di intolleranza è quella al lattosio, causata da una carenza dell'enzima beta-galattosidasi. Questo enzima permette di scindere il lattosio nei suoi due zuccheri che lo compongono, il glucosio ed il galattosio, che così possono venire assorbiti dall'intestino.

In mancanza della beta-galattosidasi il lattosio non viene idrolizzato (scisso) e raggiunge il colon integro, dove viene utilizzato dai batteri dell'intestino, causando gonfiore, dolori addominali e diarrea (2).

 

Altre forme di intolleranza alimentare di origine enzimatica sono il favismo, la fenilchetonuria, l'intolleranza congenita ai mono e disaccaridi, il deficit di lattasi (2).

2) Farmacologiche

La reazione di ipersensibilità non allergica di tipo farmacologico è causata da una reazione abnorme verso alcune sostanze, contenute nei cibi, dotate di attività farmacologica (2,8).

Alcune di queste sostanze sono:

- Istamina;

- Tiramina

- Feniletilamina;

 

Tra i cibi ricchi di istamina vi sono alcuni pesci (sgombro, tonno, sardina, acciuga), altri pesci di mare se non ben refrigerati (i batteri presenti nei cibi trasformano l'istidina, un aminoacido, in istamina), alcuni formaggi, vini rossi, estratto di lievito (2,8).

Alcuni studi hanno messo in evidenza come l'istamina possa derivare da una sostanza, non ancora ben identificata, e contenuta nel bianco d'uovo, nei crostacei, cioccolato, fragole, etanolo, pomodori, agrumi (2,8).

 

La tiramina è presente nei cibi fermentati (formaggio camembert e cheddar, vini rossi, estratto di lievito, arinche marinate, salse derivate dalla soia) e si forma per opera di lieviti e batteri a partire dalla tirosina, un aminoacido (2,8).

 

La feniletilamina si forma, per gli stessi processi di cui sopra, a partire dalla fenilalanina (un aminoacido) (2,8).

3) Indefinite

Le reazioni di intolleranza determinate da meccanismi non noti, vengono chiamate reazioni indefinite e sono genealmente riconducibili agli additivi alimentari (2,8).

Si calcola che oggi vengono usati dai 2.000 ai 20.000 differenti additivi, secondo differenti stime (9).

 

Gli additivi hanno una sigla stabilita dalla Comunità Europea costituita dalla lettera E, iniziale d'Europa, seguita da un numero ("E numbers") (9):

 

- Coloranti, sono compresi tra le lettere E 100 ed E 199;

- Conservanti: E 200 ed E 299;

- Antiossidanti: E 300 ed E 321;

- Correttori di acidità: E 325 ed E 385;

- Addensanti, emulsionanti, stabilizzanti: E 400 ed E 495.

Da 10 anni a questa parte è stato osservato un aumento delle malattie allergiche ed in particolar modo le reazioni avverse agli alimenti hanno suscitato notevole interesse nell'opinione pubblica.

 

E' importante che la reazione di ipersensibilità sia riproducibile nel senso che di essa vi sia ragionevole evidenza data dall'anamnesi, dalla storia del paziente, dalla ricerca tra i sintomi ed i fattori ambientali a cui i pazienti attribuiscono i loro sintomi.

 

L'esatta distribuzione nella popolazione dell'allergia e delle ipersensibilità non allergiche (intolleranze) al cibo è maldefinina (10,11).

Le spiegazioni sono numerose (5,10):

 

- confusione terminologica;

- differenze nei criteri diagnostici;

- variazioni individuali nella tolleranza dei sintomi;

- mancanza di idonee procedure diagnostiche;

- quantità insufficiente di campioni di popolazione studiati;

 

 

Per quanto riguarda le ipersensibilità alimentari, sia allergiche che non allergiche, è stato osservato che la prevalenza (la prevalenza è il numero di casi presenti in una popolazione in un dato momento) nell'adulto è del 2,4 % nella popolazione.  Si ritiene che le intolleranze alimentari siano meno dell'1% nell'adulto (11,12).

 

 

 

Oggi, oltre il 20% della popolazione, riferisce di avere reazioni avverse agli alimenti (16).

Già un sondaggio del 1986 ha mostrato che il 15% delle famiglie americane avevano cambiato le loro abitudini alimentari inutilmente perchè un membro della famiglia riteneva di avere un intolleranza alimentare (ipersensibilità non allergica) (13).

Oggi tale effetto condizionante di parenti, amici ed internet si è incrementato a dismisura, determinando una moltiplicazione di mezzi di diagnosi delle intolleranze alimentari, assolutamente non attendibili (14).

Le ipersensibilità alimentari (allergiche e non) sono le patologie più comunemente auto-diagnosticate dai pazienti (20)

 

 

 

Il processo di diagnosi delle ipersensibilità alimentari non allergiche (intolleranze alimentari) è complesso.  Una anamnesi approfondita continua ad essere il pilastro portante del processo diagnostico, insieme a test validati di laboratori per confermare la diagnosi e monitorare il suo corso (15).

Ci sono tecniche riproducibili per identificare le allergie o le ipersensibilità non allergiche (intolleranze), standardizzate a livello mondiale. Riproducibilità significa che un test, ad esempio utilizzato per la ricerca di un'allergia alimentare, debba dare lo stesso risultato se ripetuto sullo stesso campione, più volte consecutivamente (15).

 

Negli ultimi anni però si sono diffuse tecniche, sempre più numerose, prive di qualsiasi fondamento scientifico ed al di fuori di ogni riproducibilità (14,15,16).

Il ricorso a tali tecniche diagnostiche, che mancano di credibilità scientifica, è influenzato da vari fattori:  il paziente che manifesta sintomi come cattiva digesione, cefalea ecc... e che è rimasto deluso dalla medicina tradizionale, si avvicina a queste medicine "alternative", spesso fortemente promosse dai mass-media e dai produttori di tali dispositivi di diagnosi portatori di evidenti interessi commerciali. In un tentativo di razionalizzare o spiegare i sintomi o sensazioni generali di malessere, gli individui tendono a farsi influenzare da "mode" del momento, accusando l'alimentazione (2,3,14,15).

L'impiego di tali test diagnostici non validati si conclude spesso con diete ad eliminazione estremamente estese a numerosi gruppi di alimenti, che possono provocare a lungo termine malnutrizione e danni all'organismo (14,15).

Nel breve periodo la persona che segue la dieta ad eliminazione, "sfornata" dal presunto macchinario diagnostico, ha un effetto benefico dato dall'effetto placebo, che sarà però di breve durata (14,15).

Dopo questo primo periodo, la persona vedrà ricomparire i sintomi di malessere (fine dell'effetto placebo) e sarà tentata nuovamente di sottoporsi ad un nuovo test, per svelare eventuali intolleranze ad altri cibi, quindi alla ricerca di altri prodotti colpevoli (14,15).

 

 

In un recente articolo pubblicato su "Il Fatto Alimentare" nel marzo 2013, il Prof. Mauro Calvani, membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Allergologia e Immunologia Pediatrica (SIAIP) ha affermato che "i test oggi disponibili in commercio si basano su analisi costose per il paziente, ma sopratutto rischiose perchè non esistono dimostrazioni di validità scientifia.  Questo vuol dire sottoporre le persone che ricevono una diagnosi non corretta di allergia e/o intolleranza alimentare, a diete che, specialmente nei bambini, possono portare a gravi squilibri nutrizionali.  Inoltre, nei pochi soggetti veramente allergici, si aggiunge il possibile rischio di attribuire per errore la causa dei disturbi ad un alimento diverso da quello responsabile".  Ed aggiunge Cavani: "a tutti questi test si è aggiunto recentemente un nuovo miracoloso test del DNA. Questo si tratta di un test fantasioso perchè non esiste scientificamente la possibilità di dosare il DNA allo scopo di porre una diagnosi di intolleranza per 600 alimenti, come reclamizza il test.  Nel mondo scientifico si sa bene che non è possibile porre una diagnosi di allergia o di intolleranza alimentare tramite analisi del DNA".

 

Test diagnostici:  (vedi fig lato)

 

1) Validati;

2) non Validati;

1) Test diagnostici validati

I test diagnostici usati quotidianamente nella pratica clinica di diagnosi di patologie allergiche sono:

 

Test diagnostici delle forme IgE-mediate

- Test cutanei: skin prick test (SPT) e Prick by Prick;

- RAST test per determinare le IgE alimento-

   specifiche circolanti;

 

Test diagnostici delle forme non-IgE mediate

- Patch test e Atopy Patch test (APT);

- Biopsia della mucosa intestinale;

 

 

Test di provocazione orale (Food Callenge)

Se i test menzionati sopra risultano positivi ma i sintomi non sono chiari, si procede all'esecuzione del Test di provocazione orale.

 

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Dieta ad eliminazine o Oligoantigenica



Un ruolo molto importante per il trattamento delle ipersensibilità alimentari allergiche non-IgE mediate e per le intolleranze alimentari è la dieta ad eliminazione (15,16).

E' l'unico metodo ad oggi affidabile per la risoluzione o l'attenuazione delle intolleranze e delle allergie alimentari.

La dieta ad eliminazione si attua prevalentemente quando vi sono sintomi come eczema, orticaria, cefalee, problemi gastroenterici.

Si può procedere in tre modi differenti (15,16):

  • Dieta ad eliminazione mirata:  viene eliminato l'alimento o gli alimenti fortemente sospettati di essere la causa dell'ipersensibilità.
  • Dieta ad eliminazione empirica: viene usata quando ancora non si conosce l'aliemento che causa ipersensibilità. Viene eliminato un gruppo di alimenti ben definito.
  • Dieta elementare per neonati: costituita da idrolisati di proteine o formule a base di aminoacidi.

La logica alla base della dieta ad eliminazione è che se l'ipersensibilità è presente, i sintomi dovrebbero scomparire o migliorare quando l'alimento responsabile è eliminato dalla dieta e ricomparire quando l'alimento viene reintrodotto.

Di fronte a diete ad eliminazione empirica, nel momento in cui i sintomi migliorano, si procede alla reintroduzione graduale degli alimenti, uno alla volta (15,16).

 

 

Se, nonostante la dieta ad eliminazione, non si ha miglioramento dei sintomi, si può procedere con test di provocazione orale a doppio cieco controllati con placebo (DBPCFC)

 

2) Test diagnostici non validati

Nonostante la loro disponibilità commerciale, questi test non riescono a prevedere una vera allergia o intolleranza alimentare.  Non vi è alcun fondamento scientifico a loro supporto.  Sono tecniche non riproducibili che possono determinare falsi positivi o negativi (14,15,16).

I test non validati comprendono:

  • Test citotossico (Test di Bryan);
  • ALCAT test;
  • Test del DNA
  • Test di provocazione/neutralizzazione sottocutanea e sottolinguale;
  • Misura dell'attività elettrica cutanea (elettro-agopuntura);
  • Chinesiologia applicata;
  • Dria Test;
  • Vega Test;
  • York foodscan;
  • Test chemio-tattico per i neutrofili;
  • Conta delle pulsazioni pre- e postcibo sospetto;
  • Test delle IgG cibo-specifiche;

Bibliografia

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  2. Bruijnzeel-Koomen C, Ortolani C, Asa K, Bindslev-Jensen C, Bjorksten B, Moneret-Vautrin D, Wuthrich B. Adverse reaction to food European Academy of Allergology and Clinical Immunology Subcommittee. Allergy. 50(8), 623-635 (1995)
  3. Ortolani C, Bruijnzeel-Koomen C, Bengston U, Bindssely-Jensen C, Jarisch R, Madsen C, Nekam K, Paganelli R, Poulsen K, Wuthrich B. Controversial aspects of adverse reactions to food. Position paper. Allergy. 55, 27-45 (1999)
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